Clemen Parrocchetti

 

BIOGRAFIA

 

Clemen Parrocchetti nasce il 5 maggio 1923 a Milano, da una famiglia dell'antica aristocrazia lombarda. A Milano vive e lavora fino alla data della sua scomparsa, il 1° dicembre 2016. Terminati gli studi classici, dopo il matrimonio e la nascita dei figli, si iscrive all'Accademia di Brera dove si diploma nel 1956. Successivamente frequenta corsi di grafica presso l'università di Urbino. Dal 1957, anno della sua prima rassegna alla Galleria Spotorno di Milano, espone in più di cinquanta mostre personali in Italia e all'estero, sviluppando sempre più una ricerca originale e dal carattere forte, destinata ad accogliere le istanze contestatarie del '68 e a fondare un linguaggio femminista "espresso in cose", in linea con la prospettiva politica della rivendicazione del lavoro femminile di produzione e riproduzione non remunerato, vicino - a quella data - al Movimento di Lotta Femminista di Padova con esponenti come Silvia Federici, Mariarosa Dalla Costa e Leopoldina Fortunati. Numerose le sue presenze in mostre collettive: nel 1977 ad Agrigento (premio Pirandello), e a Pavia al Collegio universitario Cairoli; nel 1978 espone alla Biennale di Venezia e, sempre nello stesso anno, partecipa al Premio Internazionale Michetti a Francavilla a Mare. Nel 1979 espone a Palazzo Diamanti di Ferrara, nell'82 alla Muestra Internacional de arte Grafica a Bilbao (Spagna), nell'87 a Ottawa (Canada), nell'88 al Grand Palais Femmes Artistes a Parigi. Nel 2003 è a Milano con la personale al Museo di Storia Naturale. Nel 2005 è invitata a Biella alla collettiva "Sul filo della lana", nel 2006 la personale "Il Filo di Clemen" a Palazzo Spinola di Rocchetta Ligure (Alessandria), nel 2008 all'Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma (Svezia) e, sempre nel 2008, "Miti al femminile" a Palazzo Guidobono di Tortona. Infine nel 2015 "Vivere la vita, sempre" alla Galleria Cortina di Milano, "Il Soggetto Imprevisto. 1978: Arte e Femminismo in Italia", nel 2019 presso FM Centro per l'Arte Contemporanea di Milano e "Rebel Archives" a Villa Era, Biella 2021.
La sua produzione artistica, iniziata con disegni veristi alla maniera di George Grozs, finisce alla fine degli anni Sessanta in una esplosione cromatica dai toni grotteschi e dal titolo sintomatico di "Amore e divorazione". È lo scrittore Dino Buzzati, nel 1969 a parlare di questi quadri come di "strane, coloratissime fantasie, in cui sembrano mescolarsi e confondersi una quantità di memorie. I disegni dei bambini, i disegni dei matti, l'arte pop, il sadismo, il sesso inteso come giocattolo, le sagre carnevalesche valligiane con tornei di grotteschi e diabolici mascheroni". Agli inizi degli anni '70 abbraccia il movimento femminista e frequenta il Movimento Liberazione Donna, sezione di Milano. I suoi lavori di quel periodo testimoniano la militanza dell'artista nelle file della contestazione politica e in quelle dell'arte con l'abbandono della pittura. A tale proposito la Parrocchetti così si esprimeva: "La contestazione fa parte della mia storia, è nata da un'educazione familiare troppo rigida alla quale mi sono ribellata ma che in parte ho subito. Il mio amore per il disegno e la pittura è stato terapeutico perché mi ha aiutata a sciogliere i nodi interiori, a liberarmi di paure e fantasmi, a illudermi di essere libera". Orienta la propria pratica artistica ai lavori tessili ed esibisce materiali tipici del lavoro domestico femminile come rocchetti, spilli, navette, fili, ditali come una sorta di scatola degli attrezzi. Al 1973 risale il manifesto cucito con filo rosso su lastra di alluminio "Promemoria per un oggetto di cultura femminile". A proposito degli straordinari lavori di questa fase di Parrocchetti, Adele Faccio – tra le prime propugnatrici del diritto all'autodeterminazione della donna - scrive "Donna punta-spilli, donna materasso per le botte, infine donna-oggetto. Umorismo fino al sarcasmo. Lotta fino alla vittoria. Un modo di esprimersi che non lascia margine alle dolci sofisticazioni, all'ovattato conforto dell'indolenza e della conciliazione a qualunque costo."
Nel 1978 aderisce al collettivo artistico di sole donne Gruppo Immagine di Varese (Silvia Cibaldi, Milli Gandini, Clemen Parrocchetti, Mariuccia Secol e Mariagrazia Sironi) con cui partecipa alla Biennale di Venezia in quello stesso anno - attraverso la realizzazione di un environment comune - e al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.
Negli anni Ottanta, l'artista subisce un grave incidente d'auto ma non arresta la sua produzione e si dedica alla realizzazione di arazzi ricamati di dimensioni sempre maggiori sperimentando sul tessile materiali e tecniche diverse.
Negli anni Novanta e Duemila, Clemen Parrocchetti ritrova una nuova e felice stagione artistica, rivolgendo uno sguardo surrealista al mondo naturale e animale. Dopo una personale al Museo di Storia Naturale di Milano nel 2003 con opere tessili ispirate al mondo degli insetti, le sue opere vengono riproposte nel 2005 nella collettiva Sul filo della lana a Biella, e nelle ultime retrospettive presso Palazzo Spinola di Rocchetta Ligure (Alessandria) nel 2006, presso l'Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma (Svezia) e infine presso Palazzo Guidobono a Tortona nel 2008. Una grande presenza hanno nelle sue opere gli animali che le fanno compagnia, il cane Micol, il gatto Soffietto, rappresentati sempre con grande fantasia: "Micol vola attorno alla Torre Velasca", "Il carretto dei micioni", "Il gatto, la volpe e io".
Anche i minimi accadimenti della quotidianità, come le tarme che le divorano i vestiti, hanno il potere di scatenare la sua fantasia di artista. Nasce in lei un interesse naturalistico che la spinge studiare gli insetti e a rappresentarli sempre con grande ironia ("Tarma", "In picchiata sui panni", "Danzetta erotica di due pulci innamorate") in grafiche e opere tridimensionali con tessuti e ricami. Perfino la sordità, che progressivamente l'affligge, verrà rappresentata, a partire dal 2000 con una serie di quadri, tessuti ricamati e opere grafiche: "Labirinti delle mie orecchie", "Sgabelli ricamati". Le orecchie, le note musicali, gli occhi, la bocca, i suoi animali continueranno a essere presenti nella sua produzione, rielaborati e ri-significati.
Clemen continua a lavorare con i suoi strumenti tipici, ago, filo, matite e pennelli sino alla fine della sua vita, con incessante dedizione al suo lavoro d'artista.